La principessa che non parlava mai di Carlotta Leto - Favole da Compagnia

Un nuovo giorno e una favola, questa volta nel senso più classico del termine.  La principessa che non parlava mai è il racconto di Carlotta Leto per la nostra raccolta  Favole da Compagnia per sentirci un po’ più vicini in questi giorni con delle piacevoli letture.

La principessa che non parlava mai

In un regno ai confini del mondo, dove i sogni si coloravano di realtà e le notti parevano intarsi di piccole galassie, viveva la principessa Amalia, figlia del Re della Mezzanotte.

Amalia era una giovane fanciulla dai tratti armoniosi e i lunghi capelli castani sempre avvolti in una treccia. La sua creatività non aveva pari; passava interi pomeriggi a costruire marchingegni all’avanguardia e strumenti che potessero aiutare il popolo nelle attività quotidiane. Ogni notte, adorava uscire sulla balconata più alta del palazzo per immergersi nel bagliore candido della luna, sua amica fidata.

C’era qualcosa però che Amalia non faceva da quando aveva sette anni: parlare.

Non pronunciava mai una singola parola, si faceva capire a gesti e scrivendo sul suo taccuino preferito. Aveva capito molto presto che ogni sillaba aveva un peso, ogni parola gravava sul cuore umano, anche quelle più belle. I complimenti gonfiavano l’anima e pesavano 8 grammi sul cuore; gli insulti annerivano lo spirito e pesavano 15 grammi sul cuore; i discorsi futili donavano un’ebbrezza euforica alla mente e pesavano 12 grammi sul cuore; le conversazioni filosofiche intristivano il carattere e pesavano 10 grammi sul cuore. Ma i peggiori di tutti erano gli inganni, le bugie, che adulavano anche la più pura essenza umana e pesavano 17 grammi sul cuore.

Timorosa di aggravare d’un peso eccessivo il cuore dei suoi sudditi, era per questo che Amalia aveva fatto un patto con se stessa: mai più una sola sillaba sarebbe uscita dalla sua gola.

Arrivò l’autunno, la stagione preferita di suo padre, e la ragazza si inoltrò nel bosco per cercare i pochi fiori che ancora non avevano seccato e trapiantarli accanto alla fontana dei pesci d’argento, posta nell’atrio del palazzo.

Ma tutt’a un tratto, sentì un fruscio leggero alle sue spalle; si voltò e vide un ragazzo alto, dai lunghi capelli corvini e gli occhi verdi come gemme preziose. Vestiva con una casacca consunta e un paio di brache che dovevano aver visto tempi migliori, sfiorava il suolo a piedi scalzi, reggendosi agli alberi per non volare via. Pareva leggero come un palloncino, in grado di essere spazzato via anche dalla più tenue folata di vento.

La osservò incuriosito. «Ciao. Chi sei?»

Amalia abbassò lo sguardo e non rispose.

«Io mi chiamo Fo’, è la prima parola che il fruscio delle foglie mi ha sussurrato quando ero bambino. È così che ho imparato a parlare, grazie ai mormorii degli alberi e ai bisbigli degli animali.» Le sorrise. «Sei la prima persona uguale a me che vedo nella mia vita.»

Amalia inclinò il capo.

«Vivo da solo nei boschi da quando sono nato», spiegò Fo’. «Non ho mai sentito la voce di un altro essere umano, a parte la mia. Potresti dirmi il tuo nome?»

La principessa fissò con attenzione il suo viso, limpido e puro, e si accorse che i suoi occhi non avevano mai conosciuto tristezza, sconforto, delusione; nessuno lo aveva mai ingannato, nessuno gli aveva mai fatto un complimento. C’era sempre stato solo e soltanto lui, con gli alberi e i loro fruscii lievi, che la sua mente acuta aveva tramutato in parole.

Lui si schiarì la gola, a disagio. «Potresti almeno dirmi come fai a stare lì ferma, con i piedi ben ancorati al suolo? Io sono così leggero che se lasciassi andare i rami degli alberi, volerei tanto in alto da non poter più tornare indietro. Mi è successo da bambino, mi stavo avvicinando così tanto al sole da iniziare a bruciare, ma per fortuna un’aquila di passaggio mi ha riportato a terra.»

Allora Amalia alzò le sopracciglia e capì. Capì la vera importanza delle parole, capì perché la gente preferiva appesantirsi piuttosto che smettere di parlare per sempre, come aveva fatto lei. Fo’ non aveva mai ricevuto sillabe e parole da nessuno, per questo il suo cuore era leggero come una piuma. Ma senza le parole la sua era finita per essere un’esistenza a metà, sempre sospinto verso l’alto, verso quel mondo spirituale che ci è precluso fino al giorno del nostro trapasso. E se l’anima tenta di librarsi verso i cieli prima del tempo, accade proprio ciò che stava per avvenire a Fo’ da bambino: si finisce contro il sole e si brucia per l’eternità.

Fu allora che Amalia capì di dover aiutare il ragazzo a poter vivere una vita normale, un’esistenza terrena con i piedi ben appoggiati alla terra, il cuore più pesante. Dopo dieci lunghi anni di silenzio, doveva tornare a parlare.

Fo’ la studiò speranzoso e Amalia gli sorrise.

«Ciao Fo’.»

Le dita dei piedi si poggiarono al suolo.

«Io sono la principessa Amalia.»

La pianta dei suoi piedi toccò le foglie secche sparse per terra.

«Sto raccogliendo dei fiori, ti va di aiutarmi?»

I talloni del ragazzo si schiacciarono sul terriccio umido.

Sbalordito, Fo’ mosse un passo avanti lasciando la presa sul tronco dell’albero, e rise, felice di poter camminare come tutti gli altri esseri umani.

Alzò il viso verso Amalia e sorrise. «Con molto piacere, principessa. Insieme raccoglieremo i fiori più belli del regno.»

Un racconto di:
Carlotta Leto
Grazie di cuore di aver partecipato all'iniziativa.

Se vi è piaciuto il racconto di Carlotta lasciate un commento in modo che lei possa leggerlo.

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