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Sorgenti Cremisi 4. – Favole da Compagnia

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E siamo giunti all’ultimo capitolo Sorgenti Cremisi per il progetto Favole da Compagnia.  Spero vivamente che il racconto vi sia piaciuto e in linea generale spero che vi piaccia l’intero progetto. Vi invito ancora una volta ad inviarci i vostri racconti perché le favole e i racconti sono forse poca cosa, ma possono diventare un mezzo potente per ricordarci chi siamo e restare più vicini.

 

Sorgenti Cremisi

4.

 

Lo scalpitio degli zoccoli dei cavalli, quattro magnifici esemplari neri come la notte, e il regolare incedere della carrozza la fece sospirare mentre osservava la strada buia che la conduceva alla sua metà. Ilona e Lazslo erano morti! Aveva fatto sì che venissero trafitti dalle gambe del tavolo, aveva fatto in modo che la testa fosse separata dal corpo, il tutto senza toccarli. Una legge più antica del tempo vuole che nessun Vampiro sia in grado di ucciderne un altro.

Ma lei aveva fatto in modo che tutto questo avvenisse senza esserne la principale causa…

Del resto, potevano definirsi fortunati. Perfino loro avrebbero desiderato lo stesso, morire prima che lei potesse decidere una pena più grave della morte. Perfino, dal punto di vista, aveva fatto loro un favore anche se doveva anche ammettere che era molto tempo che voleva sbarazzarsi di loro. Ma fino a quel momento non ne aveva avuto l’occasione e aveva temuto che quei due stolti potessero ancora, in qualche modo, esserle d’aiuto.

Ed era ciò che era accaduto: le erano serviti e lei stessa si era servita di loro finché lo aveva ritenuto opportuno. Ma adesso non le erano più di alcuna utilità. Aveva bruciato i resti. Un’estrema precauzione. Non sarebbe rimasto più nulla se qualcuno avesse deciso di doverli riportare indietro.

Il suo piano aveva esattamente seguito le sue previsioni fin dal primo momento. Ora le restava solamente di mettere in atto la parte conclusiva. La scena ultima. L’atto finale. E questo non poteva farlo da sola. Aveva bisogno che la sua presenza venisse dimenticata, o almeno che si tramutasse in leggenda. E per questa ragione aveva bisogno di sparire.

Ma aveva anche bisogno della possibilità di poter continuare con i propri rituali, della possibilità di conservare al propria giovinezza, ancora e ancora. E questo c’era una sola persona che poteva consentirglielo, una sola persona che per garantire la propria sopravvivenza aveva bisogno di un “rituale” molto simile seppur diverso. La persona che era più vicina a essere per lei qualcosa di simile a un cugino: Vlad Ţepeş.

Lo odiava in realtà. Come sapeva bene che lui odiava lei, ma il loro rapporto si era sempre basato su un sentimento di odio celato da una forma alquanto subdola di rispetto. In realtà fingevano entrambi di nutrire un profondo affetto reciproco, ma era solo una fatiscente facciata che celava un qualcosa che aveva a che vedere con il proprio tornaconto personale.

Sapeva, Elizabeth, che nonostante lui la odiasse l’avrebbe accolta nella propria casa perché sapeva di essere a conoscenza di arti che lui desiderava per sé e che probabilmente avrebbe cercato di ottenere.

La sua abilità, nel periodo che avrebbe dovuto trascorrere nella Valacchia, doveva essere quella di lasciare che lui credesse di poter impossessarsi di tali doti, ma di fare anche in modo che lui non vi riuscisse. Ma era certa che sarebbe stata un’impresa davvero facile.

In termini brevi non se ne preoccupava. Aveva organizzato la propria morte e la propria resurrezione, la propria uscita di scena e il proprio rientro. Quello a confronto era una bazzecola.

Rise, guardando i boschi profondi di quelle terre. Rise perché sapeva che lui l’aspettava, che era a conoscenza del suo arrivo. La sentiva, come lei aveva sempre sentito lui. E il loro gioco avrebbe avuto inizio, presto. Un gioco del dare e ricevere, un gioco sottile come la tela di un ragno fitta di infinite trame.

Elizabeth, non più Erzsèbet come era stata nella sua terra natale, guardò per l’ultima volta la strada che si stava lasciando alle spalle.

Sarebbero trascorsi anni prima che avrebbe di nuovo percorso quella via in senso opposto.

 

 

 

Un racconto di:
Eleonora Carrano

 

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