Il poster di Peninsula.

Uscito solo qualche mese fa, Peninsula promette di ampliare il mondo di Train to Busan e, seguendo quest’ultimo, fa fronte ad altissime aspettative per un film atteso ormai da quasi quattro anni.

Trama

All’indomani dell’epidemia zombie, un ex-soldato (interpretato da Gang Dong-won) e il suo gruppo cercano un carico di valore lasciato indietro nella desolazione che è ormai la Corea del Sud.

Recensione

Ho guardato Train to Busan non molto dopo la sua uscita e nel momento in cui è stato annunciato che ci sarebbe stato un sequel, ho cominciato a contare i minuti fino alla nuova data pensando che avrei rivisto alcuni dei personaggi che erano riusciti a sopravvivere alla fine di Train to Busan.

Purtroppo non è questo l’obiettivo di Peninsula.

I protagonisti cambiano totalmente e il film si presenta come un’opportunità per ampliare il modo della Corea del Sud infetta dall’epidemia zombie e per darci un futuro un po’ più ampio delle vicende di Train to Busan.

Un film più grande

Peninsula amplia il mondo di Train to Busan non soltanto a livello geografico, ma anche a livello cinematografico.

Gang Dong-won nel ruolo di Jung-seok in Peninsula.
© IMDb

È immediatamente ovvio che il successo di Train to Busan abbia dato l’opportunità a Peninsula di usufruire di un budget più alto e di poter fare, quindi, le cose molto più in grande.

Lontani sono i giorni del piccolo treno. Pensinsula ci informa fin dai primi minuti che l’epidemia in Corea continua e che il resto del mondo, dopo un momentaneo aiuto iniziale, ha deciso di tutelarsi e di isolare la penisola a favore di proteggersi da eventuali infetti che potrebbero trovarsi sulle navi di rifugiati che tentano di scappare.

Ed è esattamente così che Peninsula ci ripresenta il sottofondo di disparità ed egoismo di questo universo narrativo.

I coreani che sono riusciti a salvarsi e a fuggire diventano reietti sociali lasciati alla povertà e alla solitudine e quelli che ancora sono intrappolati nella penisola non sono altro che una nota a pié pagina nella vita del resto del mondo che poco se ne cura.

Il budget

 Lee Jung-hyun nel ruolo di Min-jung in Peninsula.
© IMDb

Anche se Peninsula ci mostra momentaneamente come vivono i rifugiati al di fuori della Corea, la narrazione ci porta molto velocemente di nuovo lì quando il protagonista Jung-seok è incaricato di recuperare un prezioso carico monetario rimasto abbandonato sulla penisola con la speranza che riportandolo indietro lui possa crearsi una nuova vita che va al di là di essere un rifugiato alienato e visto ancora come infetto al di fuori della Corea.

Le ambientazioni che scopriamo in questa Corea devastata dall’epidemia sono un gioiellino di effetti speciali che supera grandemente le ambientazioni del claustrofobico Train to Busan, e sia l’azione che l’horror di Peninsula appaiono a tratti più incalzanti del suo predecessore.

Tutto ciò, però, a discapito della novità e dell’emotività.

Le atmosfere

Train to Busan è un film horror stranamente luminoso per il suo genere. Per quasi l’intera vicenda si vedono perfettamente gli eventi, che si susseguono in pieno giorno e in piena luce contravvenendo a un’altra convenzione dell’horror.

Kim Do-yoon nel ruolo di Chul-min in Peninsula.
© IMDb

Peninsula torna invece a un’atmosfera scura che in parte è fondamentale per vicende impostate in un ambiente così grande e che permette anche l’utilizzo della luce come un aiuto all’azione, ma allo stesso tempo perde obbligatoriamente di novità.

L’ambientazione è più convenzionale e il senso di claustrofobia è sostituito da una paura che deriva dall’inabilità di prevedere da dove la minaccia arriverà, sia quella zombie che quella umana. Sì, perchè in una Corea devastata, i pochi sopravvissuti combattono tra loro per assicurarsi le risorse rimaste.

I personaggi

Tra questi sopravvissuti, insieme al protagonista che è riuscito a fuggire verso Hong Kong, ci sono altre facce completamente nuove rispetto a Train to Busan.

Molti dei nuovi personaggi che incontriamo fanno delle entrate a dir poco col botto, la più incisiva è forse quella della giovane Joon-i (interpretata da Lee Re) che salva il protagonista con un avvincente inseguimento in auto e che per tutto il film brilla per la sua abilità e familiarità con cui si muove in questo universo in cui i grandi spazi sono più una maledizione che un aiuto.

Lee Re nel ruolo di Joon-i in Peninsula.
© IMDb

Nonostante queste notabili presenze, al contrario di Train to Busan, serve uno sforzo un po’ più conscio per affezionarsi ai personaggi.

La prevalenza così pressante di scene d’azione diventa distruttiva verso la costruzione emotiva dei personaggi e la nostra abilità di affezionarcisi. In Train to Busan, ogni singola perdita diventava personale perchè era quello il livello al quale il peso emotivo del film riusciva ad arrivare, mentre in Peninsula, per quanto sperate e apprezzate, anche le scene più emotive hanno una sfumatura di artificiosità che le previene dal risultare completamente organiche.

Ci affezioniamo ai personaggi, speriamo nel successo dei buoni e nella sconfitta dei cattivi, ma quando questo succede rimane ben poco dell’emotività che ci piacerebbe riscontrare.

Lee Ye-Won, Kwon Hae-hyo e Lee Re nei ruoli di Yu Jin, Elder Kim e Joon-i in Peninsula.
© IMDb

Un’estetica mozzafiato

Tutto sommato, Peninsula è un film solido e se dovessi fare una classifica, riuscirebbe comunque a vincere su Seoul Station ma si troverebbe sempre secondo rispetto a Train to Busan.

Il budget del film fa sì che possa fruire di un’estetica eccezionale in cui i giochi di colore ci fanno mancare il fiato e la rappresentazione della rovina della società nelle sue ambientazioni ha una grandezza che decisamente supera i piccoli spazi di Train to Busan. Il bello visivo si mischia al brutto delle parti più crude della storia in un equilibrio eccezionale che carica la narrazione di emozioni, seppur artificiose, che riescono a manterenere un intrattenimento costante.

Molto più azione che horror, Peninsula riesce decisamente a spiccare nel primo genere anche se non raggiunge i livelli a cui ci ha abituati Train to Busan nel secondo. C’è poi una fortuna e contemporaneamente sfortuna nell’uscita di Peninsula quest’anno durante una pandemia che ci ha fatti rendere conto che ogni paese si comporterebbe esattamente come Peninsula ha deciso di rappresentare: in maniera egoistica che molto spesso ignora le vulnerabilità di quelle fette sociali ai margini della società.

Per fare un bilancio

Temi globali

Il poster originale di Seoul Station.
© IMDb

Seoul Station, Train to Busan e Peninsula condividono diversi temi anche se affrontati in modi diversi. In tutti la narrazione e la sopravvivenza sono spinte dall’amore familiale e tutti e tre in un modo o nell’altro toccano l’argomento delle disparità.

Ma mentre Seoul Station perde il suo peso emotivo per dedicarsi al commento sociale e Peninsula tende a strafare a causa della sua stessa grandezza, Train to Busan riesce a toccare lo spettatore perché si posiziona in quella spesso irragiungibile posizione di riuscire più degli altri due film a coinvolgere l’audience in maniera emotiva attraverso le sue storie umane.

Tutti e tre sono un altissimo esempio di successo nel genere horror, anche se personalmente credo che solo Train to Busan riesca a spiccare veramente in un ambiente ormai saturo di film di più o meno proficui in questo genere.

Personaggi femminili

Il poster originale di Peninsula.
© IMDb

Una cosa che Peninsula riesce a fare meglio sia di Seoul Station che di Train to Busan è di dare veri e propri spazi ai suoi personaggi femminili.

In Seoul Station, Hye-Sun cade inesorabilmente nell’irritante con la sua inazione e in Train to Busan poco viene dato a livello di iniziativa alle donne della storia che brillano invece grazie alle eccellenti interpretazioni delle attrici.

Solo in Peninsula i personaggi femminili sono pienamente e attivamente autonomi e si fanno amare per come sembrano essere concepite fin da subito.

In conclusione

Non c’è dubbio che Seoul Station, Train to Busan e Pensinsula siano tutti film che portano qualcosa di molto forte al genere horror in maniere molto diverse tra loro.

Il poster originale di Train to Busan
© IMDb

Credo sia ovvio dalle mie recensioni che Seoul Station non mi sia piaciuto perchè anche se ho trovato molto solido e sicuramente ben fatto il commento sociale della storia, a livello narrativo penso sia semplicemente debole e visualmente sgradevole.

Peninsula è, come già detto, un film che brilla nell’azione ma che in definitiva non è poi così indimenticabile e non ti lascia la voglia di rivederlo se non per godere meglio della sua parte estetica.

Train to Busan è, nella mia opinione, il migliore dei tre. Da grande fan di quest’ultimo, sono rimasta particolarmente delusa dagli altri due perchè mi ero abituata allo standard che Train to Busan aveva promesso e avevo aspettato con trepidazione il seguito di una storia che, una volta espansa, avrebbe potuto avere un enorme potenziale che non è stato rispecchiato nel suo seguito e che è stato sorprendente non trovare nel suo antefatto.

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