UBIK: aldilà della Vita e della Morte… di Philip Kindred Dick

Distopico - Ubick di philip dick immagine di copertina

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Nel libro non vi sono certezze, appigli sui quali incardinare le deduzioni finali e in molti lo hanno riletto più volte per vederci chiaro. Si è in balia dell’Ubiquità e non si comprende quale sia la funzione di un portentoso spray la cui fabbricazione è ancor più misteriosa.

Joe Chip ci fa vivere sulla sua pelle emozioni al limite della follia. È una corsa contro il tempo se di tempo si può parlare in una realtà alternativa e sospesa.

Come alcuni autori decadenti usavano sostanze stupefacenti per avere accesso a mondi ignoti, così il bagaglio emotivo e medico dello scrittore ci offrono un’opera enigmatica e contorta che lascia molti dubbi sul fatto che si stia dando la giusta interpretazione, perdendosi continuamente nel labirinto della sua mente. È un’esperienza consigliata da fare per il gusto di attraversare le tenebre e guardare in faccia la nostra esistenza con occhi nuovi.

La coesistenza di più soluzioni

I personaggi, come anche il lettore, cercano di giustificare gli eventi che accadono, ma ogni volta falliscono perché viene introdotto un nuovo elemento destabilizzante che mette tutto in discussione.

In Ubik si ha la coesistenza di più soluzioni. Come se una cosa potesse essere bianco e nero contemporaneamente, sia negativo che positivo. Si nota pertanto un parallelismo con il mondo quantistico dove un’unica particella nello stesso momento, si trova in due posti diversi dimostrato con il noto esperimento della Doppia Fenditura.

La Morte non esiste

Nel contesto letterario proposto, la morte in realtà non esiste in quanto alla vita succede uno stato definito “semi-vita”. Qui il cadavere attraverso l’anima ancora può continuare a comunicare con il mondo dei non trapassati attraverso un innovativa tecnologia disponibile presso delle sale mortuarie attrezzate per lo scopo. Glen, ovvero il presidente della Runciter Associates, consulta la moglie Ella in merito a delle importanti decisioni aziendali e lo fa recandosi nel moratorium del dottor Herbert von Vogelsang sito in Zurigo. Il team del dottore porta la bara in una stanza e con un sistema elettronico consente ai coniugi di colloquiare in assoluta privacy pagando un’aliquota annuale.

La semi-vita però non è infinita, più passa il tempo e più il cosiddetto defunto si “scarica” fin quando non si esaurisce del tutto quando subentra un processo simile alla reincarnazione.

Philip K Dick in early 1960s
Arthur Knight (photographer), Public domain, via Wikimedia Commons

La vita in sostanza per Dick segue il principio di conservazione della massa dove nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma e il cambiamento è segnato da un’intensa ondata di freddo passando dalla vita alla semi-vita, mentre bisogna far attenzione alla luce rossa prima di reincarnarsi.

Le abilità psichiche

L’autore introduce alcuni talenti precognitivi posseduti solo da determinati personaggi definiti “inerziali”, come ad esempio prevedere il futuro e cambiare il passato. Questi attributi non sono menzionati come poteri paranormali, bensì come spiccate doti dai risvolti pericolosi che vanno contenuti e gestiti affinché non si raggiunga il caos informativo. È la mente di qualcuno il vero problema in questa storia. La psiche di un essere che cannibalizza i semi-vivi per poter estendere il suo limbo in modo indefinito acquisendo sempre maggior potere.

Conclusioni generali  – L’inquietudine non ha fine

Come si può ben intuire Ubik non è un romanzetto di semplice fantascienza ma un pozzo sull’abisso dove il lettore è un Teseo che perde continuamente il bandolo della matassa, dove il Minotauro è sempre in agguato cambiando i pezzi di una scacchiera al limite tra dimensione reale e quella onirica. Ci si trova in un quadro surreale dove si tenta di riconoscere degli elementi familiari, ma non si fa in tempo perché è tutto un divenire in quanto l’artista con un pennello cancella e disegna indizi, soluzioni, problemi. Un libro molto complesso scritto da una mente non comune che ha tratto la propria forza dal dolore regalando ai posteri un enigma sensoriale.

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