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Nel primo capitolo di questa rubrica abbiamo parlato del tentativo di estromettere l’ego del narratore dal controllo della narrazione. Potrebbe apparire alquanto difficile da comprendersi quanto da attuarsi, cercherò quindi di chiarire meglio.

Quando ci si pone inizialmente alla scrittura, lo si fa, in genere, portandosi dietro tutto un bagaglio di motivazioni che rischiano, di fatto, di inquinare la scrittura stessa. Da un lato possono esserci le aspirazioni personali in termini di fama e successo (commerciale e di critica), dall’altro ci sono tutte quelle idee preconcette in base alle quali noi in realtà tendiamo a scrivere ciò che vorremmo leggere. Carichiamo l’opera di modelli e stereotipi che ci hanno a loro volta ispirati quando li abbiamo visti altrove, riversiamo noi stessi e i nostri elementi biografici nella narrazione, cerchiamo di veicolare le nostre convinzioni, ecc., ecc., …

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Image by Leandro De Carvalho from Pixabay

Tutto conduce in generale a un appiattimento della qualità narrativa, in parte perché avvicina le nostre opere a cliché abusati, oppure perché ci sforziamo di incastrare nei testi degli elementi nati altrove che divengono, qui, visibilmente estranei e disarmonici.

Io consiglierei innanzitutto di non cimentarsi nell’arte narrativa con vicende autobiografiche, almeno non inizialmente, poiché non è parlando di ciò che ci è accaduto che impareremo a esplorare e sviscerare le infinite possibilità di quest’arte e le sue “alchimie”. Potremo pensare alle nostre memorie se e quando sarà il caso, ma fossi in voi le terrei per quando riterrete di aver detto abbastanza sulle mille altre storie che si affacceranno nella vostra mente quando imparerete a osservare con chiarezza all’interno del vostro “alambicco”.

In secondo luogo, lascerei perdere proprio del tutto qualunque implicazione che riguardi il vostro futuro di scrittori: scrivo per diventare famoso, scrivo per guadagnare, scrivo perché gli altri mi ammirino…

Tutto ciò non farà che diventare una zavorra, un’inutile spada di Damocle che penderà sulle vostre teste rendendovi insicuri, ansiosi, in perenne attesa di qualcosa o qualcuno che forse non arriveranno mai. Si dovrebbe, invece, purificare il proprio animo da ogni aspettativa, dimenticare in toto ogni prospettiva di cosa possa avvenire una volta che l’opera lasci l’ombra e il silenzio del nostro “laboratorio” per iniziare il suo percorso nel mondo.

Dovremmo predisporci ad accettare persino l’idea che nessuno la leggerà mai, o che nessuno la apprezzerà come meriterebbe (lo meriterebbe?), o che possa godere di un successo postumo, insomma accogliere qualunque destino attenda la nostra opera. Un vero alchimista della parola non scrive per racimolare denaro o elemosinare attenzioni, non dovrebbe misurare la propria soddisfazione sugli apprezzamenti, i “like”, la rispondenza del pubblico, le recensioni o l’andamento delle vendite. Anche perché, il più delle volte, queste ultime non seguono il reale valore letterario intrinseco di un libro ma molti altri fattori ben più prosaici, tra i quali le scelte di marketing delle grandi case editrici, mode commerciali passeggere, polemiche e casi di cronaca sorti intorno a un’opera…

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Image by Syaibatul Hamdi from Pixabay

Un altro consiglio che segue quanto precedentemente detto è quello di smettere di scrivere soltanto sulla base di modelli preconfezionati, scimmiottando idoli, emulando autori, cavalcando l’onda di un trend momentaneo, pensando già alle etichette da attribuire a un libro prima ancora di averlo scritto, perdendosi tra i limiti e le frontiere immaginarie dei generi letterari, di ciò che “ci si aspetterebbe” di trovare in una storia di un certo tipo. Come vedete sono tante, tantissime le cose che, pian piano, andrebbero scremate, tolte, trasformate, in un lento e paziente lavacro, destrutturazione, catarsi, che elimini almeno in parte la ganga dal diamante grezzo della creatività.

Per restare sui nostri parallelismi alchemici, dovremmo operare un’intensa fase di “putrefactio” che ci permetta di rimanere di fronte allo scheletro più interno dell’atto letterario, l’esigenza primaria dell’esprimere ciò che sentiamo vada espresso, nel modo in cui sentiremo che andrebbe espresso. Credetemi, man mano vi accorgerete di trovarvi di fronte a quell’ossatura, quel telaio immaginario dal quale iniziare da zero a tessere il mondo dei vostri racconti.

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Image by Gordon Johnson from Pixabay

Va cercato il fondo del pozzo, là dove, cioè, ci si dimentichi i vincoli e si percepisca la libertà totale, la facoltà di narrare letteralmente qualunque cosa con la stessa profondità e convinzione. Un alchimista della parola non deve essere pronto a raccontare solo le grandi gesta di un eroe forte e bello, o l’amore per un’incantevole principessa, o spiegare le idee che egli ritenga buone e giuste, le opinioni condivisibili. Dovrebbe, al contrario, essere in grado di usare un ciottolo di fiume come protagonista di un libro, dare voce ai sentimenti del vento, descrivere un’emozione come fosse un paesaggio o un paesaggio come fosse un’emozione.

Dovrà potersi trovare di fronte alla Materia Prima informe delle infinite potenzialità inespresse, tuffarvi le mani come nell’argilla del vasaio e rendersi conto di riuscire a utilizzare quell’impasto di parole per dire la più nuda verità, così come per costruire le più complesse invenzioni o bugie. Dare voce al santo come all’assassino, ispirare l’eccitazione o la paura, mescolare il serio e il faceto, giocare con la saggezza o la follia e trovarle come facce di una stessa medaglia, deformare il tempo e lo spazio. Mostrare, insomma, alla mente dei lettori, degli scenari talmente vividi che la loro percezione per un attimo possa quasi perdersi, balzando oltre il baratro della pagina e trovandosi in quello strano limbo noto come sospensione dell’incredulità. 

Il cammino è lungo ma su tutti questi concetti avremo modo di tornare.

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