Nov 28, 2022 | 0 commenti

Jeffrey Dahmer, la psicologia del cannibale di Milwaukee.

Nov 28, 2022 | Cultura, They kill, We write - True Crime | 0 commenti

Il caso di Jeffrey Dahmer è senza dubbio, uno dei casi più eccezionali nella storia del crimine.

Parliamo di un assassino seriale particolarmente atipico in quanto fortemente consapevole delle sue azioni, ma non abbastanza da fermarsi in tempo.

Ci sono troppe domande a cui non esiste ancora una risposta ben precisa. Jeffrey Dahmer ha ucciso perchè era cattivo? Perchè era malato? Era capace di intendere e di volere durante i suoi atti omicidi? Poteva fermarsi in tempo? Poteva essere curato?

Sicuramente Dahmer era affetto da diversi disturbi mentali che lo hanno spinto a comportarsi in maniera irreversibile… ma andiamo con ordine.

Jeffrey ha esplicitamente detto durante una confessione registrata da esperti che tutto è cominciato con le fantasie.

Partendo dalle sue fantasie è arrivato ad azioni che la maggior parte di noi non riesce nemmeno ad immaginare.

“Se c’è un’area da incolpare, è il mio modo di pensare contorto “

Queste sono le testuali parole di Dahmer registrate quando gli viene chiesto cosa o chi avesse scatenato tutto.

Sono parole tipiche di un individuo cosciente, ma al contempo, un individuo che non sembra essere in grado di gestire le sue fantasie, appunto.

Il ruolo delle fantasie

Le fantasie giocano un ruolo simbolicamente importante nella mente di un killer. Infatti le fantasie non sono altro che un modo per sbarazzarsi del male ormai interiorizzato. La vittima non sarà nient’altro che l’incarnazione del carnefice della salute mentale del killer.

In altre parole, la vittima rappresenta, o riveste attraverso il suo comportamento o attraverso qualsiasi aspetto di sè, una parte o l’intera componente multifattoriale che in qualche modo ha lasciato un senso di vuoto e di disagio al killer.

Parlo di componente multifattoriale perchè è bene ricordare che non c’è mai una sola causa che determinerà lo sviluppo di un profilo criminale. Esistono sempre più fattori che, integrati fra loro, determinano diverse conseguenze. Nel caso dei serial killer ad esempio uno dei fattori che maggiormente determina una situazione di disagio è la famiglia disfunzionale.

Crescere in una famiglia disfunzionale reca più ripercussioni di quanto si possa immaginare: il carente sviluppo psico-emotivo del bambino; l’insufficiente capacità di regolare e riconoscere le proprie emozioni (quest’ultimo potrebbe comportare un’ipotetica formazione di un disturbo dell’umore); la tendenza alla solitudine; il continuo stato di frustrazione; la sindrome dell’abbandono e chi più ne ha più e metta.

Questo è di sicuro uno dei fattori che ha toccato personalmente Jeffrey Dahmer.

 La famiglia è in parte responsabile?

Credo proprio che Joyce Flint, la madre dell’assassino abbia ricoperto un ruolo significativo nella vita di suo figlio. Tanto per cominciare Joyce assumeva diversi farmaci che l’hanno resa successivamente dipendente sviluppando uno stato di ipocondria, ovvero un’eccessiva preoccupazione per la propria salute pur trovandosi in condizioni sane ed ottimali.

La madre racconta di aver parlato con suo figlio per cercare di capire come fosse arrivato a fare tutto ciò che ha fatto. Incredula, lei stessa pronuncia delle parole che ritengo siano alla base dell’aspetto che mi ha spinto a scrivere questo articolo oltre che a rappresentare un’incipit all’analisi che proverò a sviluppare su Dahmer:

“Jeff was a victime of compulsion and obsession ..”

“Jeff è stato vittima di una compulsione e di un ossessione..”

Sono le parole di una madre che purtroppo non è del tutto esule al processo di crescita deviato e atipico di suo figlio.

Come già anticipato, Joyce assumeva diverse medicine, la serie tv Mostro :La storia di Jeffrey Dahmer, andata in onda su Netflix il 21 settembre del 2022, descrive in modo certamente fedele alla realtà tanti aspetti della vita del killer.

La madre di Dahmer nella serie è una donna che soffre di un disturbo depressivo ed è proprio per questo motivo che avrebbe iniziato ad assumere delle pillole. Sinceramente non saprei se questa versione della serie rispecchi o meno la realtà, ma ciò che sembra essere certo è che Joyce assumeva farmaci mentre era incinta di Jeffrey.

Il decorso della gravidanza è una fase fondamentale per il processo del neurosviluppo (processo attraverso il quale il sistema nervoso si forma in fase pre-natale). Le strutture cerebrali in formazione sono altamente sensibili ai segnali provenienti dall’ambiente uterino.

Photo of Jeffrey Javier g. as a senior in high school.

Photo of Jeffrey Javier g. as a senior in high school. English: Revere Senior High School, Public domain, via Wikimedia Commons

Infatti è scientificamente dimostrato che il cervello di un assassino seriale non è strutturato come il cervello di una persona che non presenta nessuna tendenza al crimine. In particolare l’amigdala è una componente che sembra essere davvero poco sviluppata nel cervello di un criminale.

L’amigdala ha il compito di regolare le emozioni, partecipa all’elaborazione di stati emozionali e contribuisce in generale al funzionamento del sistema limbico, un sistema coinvolto nelle reazioni emotive,  nelle risposte comportamentali e nell’apprendimento.

La gestazione è un periodo emotivamente importante per il rapporto madre-feto (bimbo). Carenze nutrizionali e psicologiche da parte della madre, decorso di una gravidanza in un periodo eccessivamente stressante e fare uso di sostanze che potrebbero, a causa di un naturale meccanismo cellulare e cromosomico, intaccare il “normale” processo di neurosviluppo, crea già una certa predisposizione genetica ad un’alterazione neurologica.

Il comportamento criminale trova una grande percentuale di responsabilità nelle strutture cerebrali, nel ruolo degli ormoni e nell’importanza dei cromosomi.

Lo sviluppo psico-emotivo

È chiaro che i bambini di oggi saranno gli uomini del domani.

Da questa frase, a mio parere, si deduce quanto sia decisiva la fase neonatale-infantile per la formazione di una futura personalità.

Maria Montessori disse che le menti dei bambini sono come spugne assorbenti, e io sono completamente d’accordo.

A proposito di personalità, il padre della psicoanalisi Freud, aveva ben spiegato il concetto di mente attraverso lo sviluppo delle cosiddette “istanze psichiche”.  Sapete che le istanze sono Es, Io e Super Io.

Steven Tuomi in the 1979 yearbook of Ontonagon High School. Tuomi was murdered by Jeffrey Dahmer in 1987.

Steven Tuomi in the 1979 yearbook of Ontonagon High School. Tuomi was murdered by Jeffrey Dahmer in 1987. Ontonagon High School 1979 Yearbook, Public domain, via Wikimedia Commons

Quando le istanze non vanno a formarsi e integrarsi correttamente nella loro funzione, allora ecco che si gettano le basi per disturbi e patologie. Ed è proprio l’integrazione delle istanze psichiche che determina la personalità del soggetto.

Indovinate un po’ quale fase della vita è particolarmente sensibile agli eventi esterni? Sì, esatto, l’infanzia.

La maggior parte dei serial killer, specialmente quelli più efferati della storia hanno in comune un passato alle spalle davvero difficile: abusi fisici, sessuali e psicologici, il fattore già citato della famiglia disfunzionale, diversi traumi subìti, approccio alla violenza sin dalla giovane età.

Lo stato di solitudine e di depressione, spesso subentrato come conseguenza di un vissuto particolarmente forte, purtroppo, reca il soggetto a concepire dimensioni mentali di pensiero atipiche.

Non vorrei sottointendere che un soggetto vittima di situazioni dolorose sia giustificato a compiere atti omicidi e riversare tutta la sua rabbia su persone innocenti, ma ritengo sia di notevole importanza capire in che modo un bambino o un adolescente sia suscettibile, sebbene in modo comunque individuale e personale, ad un’eventuale privazione d’amore, d’affetto e della presenza genitoriale. Il senso di solitudine e la paura dell’abbandono ha perseguitato Jeffrey Dahmer fino al suo ultimo respiro.

Sua madre Joyce si traferì in un’altra città insieme al fratellino, David Dahmer, lasciando cosi Jeff solo. Il padre Lionel era assente per motivi di lavoro. Il primogenito di Joyce e Lionel si ritrovò nella maggior parte del tempo completamente solo. Successivamente poi andò a vivere da sua nonna, la quale non accettava completamente l’omosessualità di suo nipote Jeffrey.

E se ancora oggi, per alcuni, l’omosessualità sembra essere ancora considerata come una malattia o addirittura un abominio, figuriamoci come la società degli anni 80 riconosceva un uomo o una donna non etero. Di certo non sembra facile convivere con la convinzione di essere sbagliati. La pressione sociale può essere davvero in grado di generare uno stato di frustrazione, ma per Jeffrey Dahmer, non fu nè la prima nè la sua ultima salita.

 Il disturbo psicosessuale e la parafilia. Predisposizione genetica o conseguenze della solitudine?

Egli iniziò a cercare qualcosa che avrebbe potuto attirare la sua attenzione. Suo padre condivideva di rado un po’ del suo tempo con suo figlio andando alla ricerca di carcasse di animali morti, il che aveva catturato l’interesse del ragazzo adolescente perchè curioso di scoprire come fossero strutturati internamenti gli animali.

Alcune fonti testimoniano che Jeffrey Dahmer durante la mutilazione dei corpi animali avrebbe provato un’erezione, il che testimonia un’evoluzione del disturbo psicosessuale. Le cause di un disturbo psicosessuale vanno ricercate all’interno di fattori biologici, ormonali neurologici e psicologici e rientra nelle parafilie, ovvero ricorrenti e intense fantasie ed impulsi di tipo sessuale anomale.

Rientra ovviamente nelle parafilia la necrofilia (attrazione di tipo sessuale verso i cadaveri). La storia ci testimonia che il mostro di Milwaukee non ha solo ucciso 17 persone, ma ha fatto letteralmente di loro tutto ciò che voleva in quel momento: perforando il cranio delle vittime ha iniettato dell’acido per trasformarle in “zombie” e come se non bastasse, ha tagliato e mangiato parti del loro corpo. Alcuni resti umani, sono stati ritrovati nel suo frigorifero.

Vi starete chiedendo, arrivati a questo punto, perchè?

Dahmer ricorda nitidamente ogni passaggio e ha saputo dire perchè lo ha fatto, anche se ad un certo punto delle sue confessioni non riesce più ad essere chiaro, perchè riconosce l’anomalia di ciò che ha fatto, e sa bene che chiunque lo avesse ascoltato lo avrebbe considerato pazzo.

Era cosciente, ed era consapevole di aver recato del male a tante famiglie, ma è chiaro che parliamo di un soggetto malato.

Tony Hughes , vittima del serial killer Jeffrey Dahmer

Tony Hughes , vittima del serial killer Jeffrey Dahmer, CC BY-SA 4.0 – FazeEma, via Wikimedia Commons

La parafilia di Dahmer nasce molto probabilmente nella sua infanzia quando iniziò per l’appunto a provare piacere ed eccitazione sessuale verso cose tendenzialmente atipiche, ossia gli organi degli animali.

Suo padre Lionel sapeva bene che suo figlio nutriva questo particolare interesse, ma lui la scambiò come una curiosità scientifica, letteralmente così definita da lui.

Per quanto mi riguarda, credo sia abbastanza rilevante quanto sia assurdo che un padre incoraggi suo figlio a mutilare carcasse.

Fu solo quando Dahmer andò in prigione che suo padre confessò le sue colpe. Ammise di essere stato un assente e pessimo padre, ammise che egli stesso da giovane aveva avuto fantasie perverse e atipiche in ambito sessuale e che avrebbe dovuto spingere il figlio a parlare con lui, perchè entrambi i genitori non hanno mai creato un posto tranquillo per il piccolo Jeffrey

La sindrome dell’abbandono, il punto di vista di un bambino lasciato solo

Immaginate come può sentirsi un bambino che assiste a continue discussioni familiari. Il padre che incolpa la madre, la madre che incolpa il padre, ma nessuno che riflette sui propri errori, puntandosi il dito contro l’altro senza mai venirsi incontro. La cosa triste è che nessuno è rimasto a fianco del piccolo Jeff, i suoi compagni di scuola lo definivano strano.

Ma perchè nessuno ha mai abbracciato Jeffrey? Perchè non ha mai ricevuto una parola dolce dai suoi compagni o dai suoi genitori? Perchè nessuno ha mai valorizzato le sue capacità?

Il perchè non lo so. Ma ponendomi queste domande ho avuto modo di riflettere, sulla base delle mie ancora limitate conoscenze, su alcuni aspetti molto significativi. Come ho già anticipato non necessariamente esiste sempre un rapporto causa-effetto in termini di trauma-criminalità/malvagità.

Questo significa che se un individuo vive le stesse dinamiche di Dahmer, non è certo che quest’ultimo divenia un futuro assassino. E ciò dipende da un fattore di notevole importanza: la specifica diversità umana.

Ognuno è diverso dall’altro e ognuno ha un modo diverso di recepire, assorbire e, soprattutto, interiorizzare eventi esterni che si codificano in eventi psichici.

La sindrome dell’abbandono sofferta da Dahmer è un’altra delle conseguenze della sua estremamente personale elaborazione dei suoi traumi. Il motivo che spinge l’assassino ad uccidere e mangiare parti del corpo delle sue vittime è essenzialmente questo: tenere qualcuno sempre con sè.

Mangiare le sue vittime infatti gli avrebbe dato la certezza che nessuno lo avesse più lasciato solo, come successo in passato. Ed è proprio alla luce di questa analisi che si rileva l’atipicità dell’assassino.

Jeffrey Dahmer non ha mai ucciso per odio o per rabbia. Ha tolto la vita a 17 giovani uomini prima di procedere con atti di cannibalismo proprio perchè la sua intenzione non era quella di godere delle sofferenze altrui.

Il suo non era un desiderio sadico, piuttosto alla base vigeva un forte egoismo combinato con un compulsivo ed ossessivo desiderio di compagnia, sregolato da impulsi perversi.

Jeffrey Dahmer non avrebbe mai voluto passare alla storia come il cannibale di Milwaukee.

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