la lumaca e la farfalla

Il secondo posto dell’edizione di Gennaio de Sull’Orlo del Foglio è La lumaca e la farfalla inviato da Fabio Carrella.

 Vi ricordiamo che siete ancora in tempo per prendere parte all’edizione di Febbraio quindi non mancate di inviare i vostri racconti.

La lumaca e la farfalla

“Non sai cosa ti perdi, ti dico” le disse la volpe, lanciando in aria l’ultimo acino d’uva rossa e ingoiandolo al volo.

“Non m’importa, mi basta l’erbetta che ho” le rispose la lumaca, riprendendo a masticare.

“Ma è tutta secca! Dall’altra parte del fiume c’è un’erba così verde da sembrare smeraldo. E poi guarda quest’uva! Laggiù gli alberi hanno talmente tanta frutta da avere i rami ricurvi fino al terreno. E tu te ne resti qui, rintanata nel tuo guscio, solo perché hai paura”

“E anche se fosse?” replicò la lumaca, agitando le antenne dalla rabbia.

“Hai ragione, sono fatti tuoi. Stattene pure lì quanto vuoi, io nel frattempo mi godo la vita”

La volpe sputò i semi d’uva, si ripulì il muso con la lingua e se ne andò soddisfatta sia della mangiata che della chiacchierata.

La lumaca si sforzò di rosicchiare il filo d’erba ingiallita ancora per un po’, ma oramai l’era passato l’appetito. Risalì mestamente il vecchio gelso quasi fino alla cima, e lì rimase a fissare pensierosa la valle al di là del fiume fino al tramontare del sole.

*

La mattina successiva, si svegliò sentendo qualcuno piangere lì vicino. Strisciando giù dal tronco, intravide un bruco steso sul terreno, poco lontano da alcuni cespugli di rovo rinsecchiti. Era verde, con delle strisce nere e dei puntini arancioni sul dorso, e sembrava soffrire parecchio da come si contorceva. La lumaca fu felice di constatare che il bruco non aveva quegli strani peletti sul dorso che provocavano bolle e pruriti su tutto il corpo, almeno da quanto gli aveva raccontato la volpe. Pertanto si avvicinò ad esso, tenendosi comunque un po’ distante, e gli chiese se avesse bisogno di aiuto.

Il bruco si calmò per un istante, poi gemette nuovamente appena gli spasmi ripresero. La lumaca, preoccupata, si avvicinò per controllare, e vide che il bruco aveva un brutto taglio sul fianco. Decise di poggiarsi con la pancia sulla ferita, così che la bava e il calore facessero il suo effetto, e così fu. Dopo qualche minuto, il bruco smise di sentire dolore e sollevò il capo:

“Ti devo la vita” disse alla lumaca.

“Non preoccuparti – rispose quella – piuttosto, come ti sei procurato questo brutto taglio?”

“Un uccello ha provato a mangiarmi, portandomi via dall’albero sopra cui ero. Ma forse era troppo piccolo, o forse io troppo pesante, e gli sono scivolato via dal becco mentre era in volo, atterrando qui tra questi cespugli”

“Che brutta storia! Però consolati, poteva andarti molto peggio. Ad ogni modo è stato un piacere conoscerti, ma ora devo andare, è ora di fare colazione. Riguardati, mi raccomando” disse la lumaca mentre si allontanava.

“No! Per favore, non lasciarmi qui. Se mi abbandoni, quell’uccello ritornerà a finire quello che aveva iniziato” gridò il bruco spaventato.

La lumaca ci pensò su, emise un piccolo sbuffo e si avvicinò nuovamente al bruco.

“Vieni allora, ti accompagno al vecchio gelso qui vicino”

Il bruco si arrampicò a fatica sul guscio della lumaca e lì vi restò finché non arrivarono a destinazione.

La lumaca poggiò il bruco con gentilezza su uno dei rami e si incamminò verso una fenditura del tronco. Quando tornò, trasportava con sé un guscio vuoto. Sembrava molto vecchio e aveva una piccola crepa sul fianco destro.

“Tieni, mettitelo sulla schiena. Ti proteggerà dagli uccelli cattivi e da tante altre cose” disse al bruco.

Nello stesso momento, si sentì una risata provenire dal basso.

“In vita mia ne ho viste tante, ma questa è proprio bella! Un animale mitologico, metà bruco, metà lumaca” urlò la volpe, rotolandosi sull’erba dalle risate.

“Non darle retta, le piace prendere in giro un po’ tutti, ma in fondo non ha mai fatto del male a nessuno” commentò la lumaca.

“Davvero?” chiese il bruco.

“Certo. A meno che tu non sia una gallina. In tal caso, ti papperebbe in pochi bocconi. Ma non mi sembra che tu abbia un becco, né che tu sia ricoperto di piume, quindi puoi star tranquillo”

Da quel giorno ne passarono molti altri. Il bruco era felice di aver trovato qualcuno che si prendesse cura di lui. La lumaca era contenta di vivere le giornate con qualcuno che affrontava la vita al suo stesso passo. Infine, anche la volpe sorrideva, di tanto in tanto, vedendo quella strana coppia scivolare lentamente tra i fili d’erba.

*

Un giorno, però, qualcosa turbò quella quiete.

“Dovrei recarmi al di là del fiume, penso sia giunto il momento” disse con timore il bruco.

“Il momento per cosa?” chiese la lumaca sorpresa.

“Di diventare farfalla, è il mio destino”

“Beh, non puoi diventare farfalla qui, accanto al vecchio gelso?” domandò la lumaca, oramai preoccupata.

“Potrei, ma non è qui che sono nata. Io provengo dalla valle al di là del fiume, dove vi sono tanti fiori luminosi e profumati, e dove gli alberi hanno così tanta frutta da avere i rami ricurvi fino al terreno”

“Sì, l’ho già sentita questa storia” rispose la lumaca, adesso stizzita.

“E poi ci sono molte altre farfalle. Tu mi hai dato questo guscio, e io te ne ringrazio, ma non potrò più portarlo, una volta che mi cresceranno le ali”

La lumaca afferrò una foglia bucherellata e si voltò, dirigendosi verso l’albero.

“Potresti venire con me. Continueremmo ad essere amici, e di tanto in tanto anche la vecchia volpe ci farebbe visita” disse il bruco pieno d’entusiasmo.

La lumaca lasciò cadere la foglia e si fermò per un attimo a pensare.

“No, non verrò con te – rispose dopo un po’ – qui ho tutto quello che mi serve, la mia casa è il vecchio gelso, e il mio cibo questi vecchi fili d’erba. Pensavo di aver trovato un amico, ma mi sbagliavo, visto che anche tu non vedi l’ora di scappare via da qui per vivere al di là del fiume. Dannato fiume, che si prosciughi!”

Dicendo così, la lumaca se ne risalì sul tronco, scomparendo dietro le fitte foglie del gelso.

Più tardi, la vecchia volpe, passando di lì, si fermò al sentire qualcuno piangere vicino ai cespugli di rovo.

“Ciao bel bruco. Che succede? Ti va stretto il guscio per caso?”

“No. La lumaca non vuole più parlarmi né vedermi, e io adesso sono tutto solo” rispose il bruco trattenendo a stento le lacrime.

“E come mai ti ha abbandonato? Hai mangiato l’ultimo filo d’erba verde?” scherzò la volpe, provando a risollevare gli animi.

“Le ho detto che ho bisogno di tornare a valle, oltre il fiume, e le ho chiesto di accompagnarmi, ma si è arrabbiata e se n’è andata, lasciandomi qui”

“Oooh capisco. In effetti, c’è poco da fare, nessuno ha mai smosso la lumaca dal gelso, nemmeno un’altra lumaca, figuriamoci un bruco. Io lo so bene quant’è bella la valle, ci vado spesso a mangiare l’uva, e non immagini quante volte abbia provato a convincere la lumaca ad andarsene da qui, ma niente, non ne vuole sapere. Mi sa che dovrai andarci da solo” concluse la volpe, avviandosi verso la tana.

“Ho un’idea. Perché non mi accompagni tu oltre il fiume?” chiese all’improvviso il bruco.

“Io?! Beh, a dire il vero, non saprei…” rispose la volpe imbarazzata.

“Per favore, con le tue zampe lunghe, saremo lì in un attimo!”

“E va bene, ma ad una condizione. Ti porterò fino alla riva del fiume, poi me ne andrò per la mia strada e tu per la tua”

“Fino alla riva? E come farò a passare dall’altro lato?” domandò il bruco.

“Questo non mi riguarda. Ho i miei impegni, io, non sono mica alle dipendenze del primo che passa” rispose la volpe irremovibile.

E siccome arrivare nei pressi del fiume era comunque meglio di niente, il piccolo bruco accettò, poggiò con cura il guscio ai piedi del vecchio gelso e si arrampicò sulla coda della volpe, giungendo a destinazione poco dopo il tramonto.

*

Passarono molti giorni prima che la volpe incrociasse di nuovo la lumaca a passeggio nell’erba.

“Vecchia mia, ma dov’eri finita? È un bel po’ che non ti fai vedere in giro”

“Non ho avuto molto appetito ultimamente, tutto qua”

“Scommetto che ti manca la compagnia del bruco, non è così?” disse la volpe ammiccando.

“Che vuoi che me ne importi di quell’ingrato. Non mi ha nemmeno salutato prima di andarsene” rispose bruscamente la lumaca.

“Beh, se l’avessi accompagnato oltre il fiume, adesso potresti godere della sua compagnia e di tante altre belle cose”

“Non ho bisogno di nulla. Tutti a dirmi che devo fare, dove devo andare, ma io qui sto bene e non ho nessuna intenzione di andarmene”

“Cara lumaca, io vorrei crederti con tutte le mie intenzioni. Ma, dimmi un po’, come mai ogni sera, prima del tramonto, sali sul ramo più alto del gelso e guardi proprio verso la valle?”

La lumaca arrossì, in quanto anche le lumache arrossiscono, in segreto.

“Mi piace il panorama, tutto qua. E comunque basta parlare della valle, del fiume, o di quello stupido bruco traditore. Ora mi prendo i miei fili d’erba e me ne torno sull’albero a mangiare in santa pace” disse incamminandosi verso il gelso.

“Va bene, ti capisco, anche io che sono volpe di mondo non disdegno la tranquillità della mia tana. Un’ultima cosa, prima di attraversare il fiume mi ha fatto promettere di dirti che sarebbe tornato, prima o poi”

La lumaca si voltò, rizzando le antenne.

“Chi? Il bruco? Perché me lo dici solo adesso?”

“Sono pur sempre una volpe. Ti aspetti per caso che mantenga la mia parola?”

E proprio come si fa tra vecchi conoscenti, i due si avviarono verso le rispettive dimore senza nemmeno salutarsi.

*

Il mattino seguente, la lumaca si svegliò sentendo chiamare il suo nome. Guardò in basso, verso le radici, senza scorgere nulla e nessuno. Si voltò a destra, poi a sinistra, finché, guardando in alto, non vide una bellissima farfalla. Aveva grandi ali nere che sembravano di seta, con macchie gialle e blu ordinate su due file diagonali.

“Sei tu che mi chiami a quest’ora del mattino?” chiese la lumaca imbronciata.

“Si, cara lumaca, non mi riconosci? D’altronde, come potresti. Sono io, il bruco, ora farfalla. Sono tornata come avevo promesso”

Anche la voce del bruco, ora farfalla, era cambiata. Sembrava più dolce e pacata. La lumaca era molto felice di rivederla, e avrebbe voluto chiederle tante cose, ma si trattenne e continuò a tenere il broncio.

“E che sei tornata a fare?”

“Vedo che sei ancora arrabbiata con me. Ho volato per giorni dalla valle fino a qui per poterti rivedere. Non potevo abbandonare la mia amica più preziosa”

La lumaca sentì qualcosa percorrerle la schiena, e di riflesso si rintanò ancor di più nel suo guscio.

“Hai delle belle ali” disse non senza imbarazzo.

“Te ne ringrazio. Ma ce ne sono di più belle, oltre il fiume”

“Ah, ora ho capito perché sei tornata, per convincermi a venire con te!” urlò la lumaca.

“Sì, e non ci vedo nulla di male. La valle è così bella che morire senza averla vista sarebbe un vero peccato” rispose la farfalla con voce serena.

La lumaca tacque, raccolse i pensieri e si voltò verso quella parte di terra al di là del fiume, ancora avvolta dalla penombra del mattino.

“Una volta, qui con me, viveva un’altra lumaca. Eravamo amiche, condividevamo ogni cosa e vivevamo contente, lasciando che il mondo ci scorresse lento sotto la pancia. Poi, un giorno, mi disse di voler andare a vivere oltre il fiume. Mi diceva che lì avremmo potuto essere davvero felici. Avevo troppa paura di dirle di sì, e così lei, stanca di aspettarmi, decise di partire da sola durante una calda notte d’agosto. Il mattino seguente, la cercai in lungo e in largo, finché non vidi il suo guscio abbandonato tra l’erba, con una crepa sul fianco destro, e di lei nessuna traccia. Da allora ho capito che mi basta godere di quel poco che ho, e che non c’è bisogno di una stupida valle per essere felici”

La farfalla si poggiò delicatamente accanto alla lumaca, e con lei si mise ad osservare quella distesa verde coperta da un grigio lenzuolo di nebbia.

“Quando ero un piccolo bruco, notavo che ogni sera, prima del tramonto, salivi su questo ramo e osservavi il sole calare oltre le montagne che circondano la valle. Qualcosa mi dice che hai continuato a farlo, ogni giorno, per tutto questo tempo. Io non credo che tu abbia perso la speranza, ma soltanto il coraggio.”

La lumaca avrebbe voluto scuotere la testa e rispondere che nulla di tutto ciò era vero, ma restò in silenzio.

“La tua amica potrebbe essere laggiù ad aspettarti, perché non lo scopriamo?”

“Potrebbe anche essere morta da tempo”

La farfalla svolazzò all’interno di una crepa del tronco, tornando con un piccolo pezzo di guscio tra le zampe.

“In tal caso, onoreremo il suo desiderio di vivere nella valle”

La lumaca sentì qualcosa affacciarsi con timore dentro di sé.

“E se così fosse, mi resterai accanto o te ne andrai di nuovo?”

“Ti rimarrò accanto finché vivrò, te lo prometto”

E fu così che entrambe intrapresero il viaggio verso il fiume e ciò che c’era oltre di esso.

*

La lumaca procedeva lenta ed impaurita, mentre la farfalla le volteggiava sopra, avvertendola di eventuali pericoli.

Dopo due giorni di cammino, arrivarono nei pressi della riva. Il cuore della lumaca batteva forte, e non capiva se fosse per lo sforzo o per l’emozione di ciò che stava per scoprire.

“Finalmente siamo arrivate! – esclamò la lumaca – E ora come facciamo ad attraversare il fiume?”

Ma nessuno le rispose. Si guardò intorno, e si accorse che la farfalla si era poggiata su un sasso lì vicino, e batteva le ali sempre più lentamente.

“C’è qualcosa che non va?” le chiese avvicinandosi.

“Penso che il mio viaggio stia per finire, cara amica. Questo sembra un bel posto dove morire, non trovi?” rispose la farfalla sorridendo, in quanto anche le farfalle sorridono, se osservate da vicino.

La lumaca si arrabbiò talmente tanto che le lacrime le coprirono gli occhi e tutto intorno divenne sfocato.

“Ma come?! Mi avevi promesso che saresti rimasta con me per tutta la vita, e invece adesso mi lasci di nuovo sola!” esclamò.

“Ho mantenuto la mia promessa. Ho vissuto gran parte della mia breve vita da farfalla con te. Avrei potuto passarla a volare nei cieli e a posarmi sui fiori, ma desideravo salvarti come tu salvasti me”

La lumaca pianse tanto da formare una piccola pozzanghera ai piedi del sasso.

“Tutto questo viaggio per niente. Non mi resta altro da fare che tornarmene a casa” disse singhiozzando.

“Nessun viaggio è mai inutile, e la vera casa è quella che ti porti da sempre sulle spalle. Lì troverai tutto ciò di cui avrai bisogno. Ora poggiati su una foglia e lascia che l’acqua ti porti a valle, così che il destino possa fare il suo corso. Ah, non dimenticare questo” disse la farfalla porgendo alla lumaca il pezzetto di guscio rotto.

“Mi mancherai tanto” disse la lumaca, stringendo a sé il frammento.

Ma la farfalla aveva già chiuso gli occhi.

La lumaca si guardò indietro. Intravedeva a stento il vecchio gelso che, con i suoi tanti rami, appariva come una madre dalle braccia sicure. Li conosceva tutti, quei rami, e poteva dare nomi a ogni singola foglia. E forse fu proprio per questo che, con il cuore rotto ma ancora pulsante, raccolse una grossa foglia verde, la spinse fino alla riva e ci salì sopra, lasciandosi cullare dalle onde del fiume.

Poco più tardi, scorse la vecchia volpe intenta a rubare grappoli d’uva rossa incredibilmente simili a quelli che diceva di trovare nella valle. I loro sguardi si incrociarono, e la volpe dapprima nascose il malloppo per l’imbarazzo, poi sollevò la zampa e augurò buona fortuna alla sua amica lumaca.

Ella non riuscì a sentire poiché troppo distante, ma capì le intenzioni e ricambiò chinando le antenne. Poi, guardando dinanzi a sé, si sentì felice come non lo era mai stata e sorrise, in quanto anche le lumache sorridono, soprattutto quelle più coraggiose.

 
Un racconto di:
Fabio Carrella
Grazie di cuore per aver partecipato all'iniziativa.

Se vi è piaciuto il racconto di Fabio, lasciate un commento così che possa saperlo. Detto questo vi aspettiamo la prossima settimana con il racconto vincitore.

1 commento

  1. È un racconto dolcissimo e pieno di speranza e malinconia insieme 😊

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