scarpe rotte un raccondo di serena parisi

Proseguiamo la nostra classifica dedicata alla sfida Sull’Orlo del Foglio a tema Halloween con Scarpe Rotte di Serena Parisi.

Vi ricordiamo che i racconti vengono pubblicati così come ci sono inviati, in modo da poter essere del tutto trasparenti sulle modalità del concorso.

Scarpe Rotte

“E che scalogna maledetta.”

Sul ciglio della strada, immobile, si guardava i piedi. Strappò un pezzo di stoffa dall’orlo della t-shirt bianca e guardò di nuovo in basso. Vide rivoli di sangue che scivolavano da entrambe le caviglie e macchiavano le scarpette da tennis logore. Asciugò un po’ del sangue con la stoffa, notò che anche i palmi delle mani avevano delle chiazze scarlatte, lasciò perdere. Mi sa che sono troppo strette, oppure devo aver camminato molto, pensava, eppure non sento nessun dolore. Cercò di muovere un passo ma il piede era trascinato verso il basso come da un peso invisibile. Era bloccata. Sedette a terra, rassegnata, con le gambe incrociate. La lucertola che strisciò sulla strada verso di lei si fermò a guardarla con la testina di lato, impaurita e interrogativa, in un attimo scomparve fra l’erba senza far rumore.

“Questa strada la conosco. Ci sono passata chissà quante volte. Però non mi ricordo quando, non mi ricordo con chi.” Le caviglie continuavano a sanguinare. “Non me lo voglio ricordare. Somiglia a una di quelle facce di cazzo di cui vorresti dimenticare l’esistenza ma te le trovi sempre fra i piedi.”

Il cielo di piombo era lì lì per scoppiare, ma niente ancora si muoveva. Fra gli arbusti scarni la vita era assente, non li animava né un alito di vento né di altre creature. Case o costruzioni non se ne scorgevano da quel punto, solo il rudere di un muretto a secco che sarà servito per spartire le campagne forse un decennio, forse un secolo fa. Il silenzio ronzava nelle orecchie di Medea, a tratti copriva il tamburellare del cuore, l’unica cosa che le ricordava di essere viva e che le riusciva stonato, molto sgradevole.

Nell’aria gravida, incerta fra luce e buio, il campo visivo di Medea fu disturbato da una nuvoletta di polvere, lontana. Girò la testa e aguzzò gli occhi. La nuvoletta di polvere si spostava piano piano, si avvicinava, Medea la seguiva come una gatta che cova la preda, paziente e finta indifferente. Dalla polvere cominciò a distinguere un grembiale e uno scialle più buchi che stoffa. Appartenevano a una vecchia con una vanga e un sacco in spalla, scalza. Camminava così lentamente che quando arrivò nelle vicinanze di Medea dovette fermarsi ad accendere un lanternino per farsi strada. Il buio aveva inghiottito cielo e terra, solo i lineamenti incartapecoriti della vecchia erano distinguibili alla luce giallastra della lanterna. Un po’ più in là di dov’era seduta Medea, la vecchia svoltò e prese per la campagna.

Medea si alzò e la seguì, con gambe e piedi che le pesavano come sassi, ma nulla poterono contro la sua curiosità. La vecchia non fiatava, eppure doveva essersi accorta della sua presenza.

“E dov’è che state andando?” non poté trattenersi più Medea, come continuando un dialogo con una vecchia conoscenza.

“Non sto andando da nessuna parte. Piuttosto, dov’è che stai andando tu.”

“Sto andando dove andate voi.”

“Io ti sto facendo strada. Ci andrai da sola.”

“Ma dove?”

“E se non lo sai tu, figlia mia, che ne posso sapere io?”

“Ma insomma, chi siete?”

“Sono una che fa il proprio mestiere.”

E come a dimostrazione, la vecchia si fermò, piantò la lanterna su un ulivo, lasciò il sacco aperto a terra, e cominciò a smuovere il terreno con la vanga. Medea poté vedere che la campagna si apriva in una vallata fra le colline, la lanterna così piccola illuminava tutta quella distanza o era la luce della luna? Il cielo però non era meno plumbeo di prima.

“Preferisci il fresco dell’ulivo oppure l’arsura del sole?” chiese d’un tratto la vecchia, girandosi a guardare Medea, seccata e sbrigativa.

“Mi piace stare al sole.” replicò Medea stupita ma pronta. “Però è da parecchio che non vedo il sole. Non ricordo l’ultima volta in cui l’ho visto.”

La vecchia si spostò di un poco, spazientita, e riprese a scavare d’accapo.

“Volete una mano?”

“No. Non sei capace.”

Sì che era capace, ma non volle mettersi a discutere con la vecchia scorbutica. Quindi non diventò magicamente ben disposta a seguito dell’offerta d’aiuto come succedeva alle streghe e alle fate dei racconti. E nonostante gli stracci e la faccia cotta dal sole della contadina, aveva l’aria perennemente annoiata dell’impiegata delle poste.

Mentre Medea rifletteva su questo improbabile miscuglio, un alito di libeccio, con il suo odor di mare, si alzò e cominciò a spazzare la vallata. Le frasche d’ulivo, scosse dal vento, smossero violentemente il lanternino, che cascò poco distante dal punto in cui la vecchia stava accumulando il terriccio spalato.

Medea volle essere in parte utile e si precipitò a recuperarlo prima della vecchia. Quello che vide dapprima la impietrì e poi la fece correre, correre a scavezzacollo nella vallata scura, con la lanterna ormai spenta in mano, corse non sapeva dove né per quanto tempo, mentre la vecchia le ringhiava contro bestemmie terrificanti ma lei non poteva sentirla perché l’affanno la paura le ronzavano nelle orecchie nel cervello, corse corse che il cuore le scoppiava.

La notte era d’inchiostro. Medea però aveva nitide davanti agli occhi le scarpe, le macchie di sangue nero raggrumato, e le gambe livide, illuminate dal lanternino come da un lampo mentre spuntavano dal sacco che la vecchia stava coprendo col terriccio. Non ne aveva visto il volto, ma aveva riconosciuto qualcosa di orrendamente familiare, che la accusava, silenziosamente e rancorosamente, e di cui provò all’istante una ripugnanza mostruosa.

Quando la corsa si esaurì, con la testa che girava e girava, appoggiò la mano a quello che doveva essere un tronco d’albero, e diede di stomaco.

Forse era rimasta seduta lì inebetita, forse aveva perfino dormito un po’, non lo sapeva. Si alzò che si sentiva più stordita di prima, principiò a camminare in direzione di quei boati e quelle luci intermittenti, fastidiosissime. Il fastidio aumentava a mano a mano che si avvicinava.

Finì in un bosco di auto parcheggiate selvaggiamente, fra cui c’era a malapena lo spazio per infilare una gamba dietro l’altra. Di luce ne arrivava anche troppa, adesso, la luce artificiale tra il blu e il bianco dei fari giganteschi a custodia del parcheggio. In fondo, circondata da metri e metri di cemento armato, Medea scorse una costruzione, all’apparenza una villa antica, fatiscente. Mentre si augurava che fosse abbandonata, dovette constatare che i boati venivano da lì, e non erano boati, bensì musica da club. Appena fu in prossimità del cancello, lo vide spalancarsi, e al di là notò un giardino immenso, illuminato in maniera soffusa.

L’onda assordante della musica le invase il cervello, la stordì. Le venne incontro una giovane donna in vestito da sera stile anni ’30, visibilmente contrariata.

“È in ritardo.”

“Chiedo scusa.”

In ritardo per cosa, dove? Ma il tono militaresco della donna imponeva solo quel tipo di replica.

“Per non parlare di com’è conciata.” la donna la omaggiò di un gelido risolino di scherno. “Poteva scegliere un outfit presentabile, almeno per questo gathering.”

Ma come parlava?

“Così non avrò il coraggio di presentarla.” concluse, costringendola a sentirsi addosso con umiliazione le sue scarpe sporche e rotte, la t-shirt col logo dei Rolling Stones e l’orlo strappato.

La donna si voltò e tornò da dove era venuta, Medea la seguì per un tratto, poi la smarrì. La testa ricominciava a girare. Il giardino si era popolato di donne in tutto indistinguibili da quella che per prima era apparsa a Medea, che si intrattenevano languidamente con uomini in divise nere, anche questi indistinguibili l’uno dall’altro. Passava fra di loro cercando di evitare il contatto con i loro vestiti che immaginava umidi di sudore, pronta a piantargli con violenza i gomiti nei fianchi. L

a musica non smetteva di rimbombare di assordarla, ne provava un dolore fisico. Pensava ossessivamente al modo di parlare della donna al cancello, anche le parole rigiravano e tuonavano nel cervello senza pausa, non riusciva a farle smettere. Camminava camminava sempre dritto, più camminava e più sentiva che era impossibile superare quella serie di corpi che ridevano, ballavano, si strofinavano eppure erano statici, più simili a ombre a statue che a esseri viventi. L’aria si rimescolava ai loro respiri e si faceva simile a loro, putrida, senza vita.

Erano loro i simulacri o era lei stessa un’immagine confusa e lontana dalla realtà?

Medea si fermò. Di nuovo la prese allo stomaco quella sensazione di spaventosa familiarità di quando aveva scorto le gambe livide che la vecchia stava ricoprendo di terra, la nausea l’invase. Aveva capito. Scostò sgarbatamente uno degli uomini che si trovò di lato, sentì il tonfo sordo, il fetore di vecchio, vide la polvere di cui erano fatti tutti quei corpi cadere a mucchietti sotto le divise e i vestiti. Il tuono della musica finalmente cessò. Soltanto la donna che le era apparsa al cancello rimase, in piedi accanto a una piscina enorme, l’acqua color porpora. Medea distolse gli occhi dal volto ma riconobbe ugualmente la t-shirt che fluttuava a galla, l’odore dolciastro del sangue si mescolava al tanfo dei fiori gettati accanto al corpo e altrettanto decomposti.

Allora decise di adottare la stessa logica del sogno, o del racconto, o quale che fosse il nome di quella serie di avvenimenti in cui si stava suo malgrado muovendo.

Scappò verso la villa, il portone di legno era aperto, entrò. L’atrio era illuminato solo da una vecchia lampada a petrolio su un bancone di quelli all’ingresso degli alberghi. Dietro, una donna con berretto e uniforme di un colore indistinguibile, sgualcita. Tutto era ricoperto di un denso strato di polvere, dal registro ai mobili stile impero alla moquette alla donna del bancone stessa. Ragni e topi dovevano regnare indiscussi, l’odore di legno marcio stordiva come fosse vino.

“Buonasera. Favorisca un documento di riconoscimento.” esordì la portiera non staccando gli occhi da una qualche rivista che probabilmente teneva sulle ginocchia. Medea cercò nelle tasche dei pantaloni.

“Non ho documenti.”

“E allora qui non può restare.”

“Ma fuori non posso tornare, rischierei la vita.”

“Lo può dimostrare?”

“Beh, no, ma le potrei raccontare…”

“E allora qui non può entrare.”

“Ma ho bisogno di rifugiarmi da qualche parte.”

“Provi a rivolgersi altrove.”

“Il documento a cose le serve?”

“A verificare lei chi è.”

“Ma sono qui ora, non basta a dimostrarle chi sono?”

“Non mi faccia perdere tempo.”

“E se non posso entrare qui, dove vado?”

“Non è un mio problema. Poteva pensarci prima.”

“Prima di cosa?”

“Prima.” La portiera-oracolo si alzò, sempre sfuggendo lo sguardo di Medea, si diresse verso una porticina alle sue spalle.

“È pregata di attendere qui.”

Attendere cosa? Rinunciò a chiedere oltre, il burocratese aveva sortito il suo effetto, l’aveva stremata. Fu guidata per le scale fino a uno stanzino in fondo all’ultimo piano, la serratura risuonò nel legno.

Questa era quindi la sequenza finale, pensò con sollievo, quella in cui la cosa si sarebbe in qualche modo risolta definitivamente, magari con un colpo di scena banale, a seconda dell’immaginazione più o meno scarsa della scrittrice o dell’autrice del sogno. La stanza era poco più che un ripostiglio tappezzato di rosso, completamente vuoto tranne che per uno specchio sulla parete opposta alla porta. Vi gettò uno sguardo ed eccola, era lei di nuovo, che cercava di adempiere diligentemente al suo compito. Questa volta aveva assunto le sue stesse sembianze.

“Allora questa sarebbe la mia espressione se diventassi un’arida burocrate come te?” si sforzò di ridere Medea.

“Sono come tu mi rappresenti.” replicò la sua immagine nello specchio.

“Smettila di parlare come la Pizia e ascolta. Ho capito il gioco. Vuoi che venga con te. Sei la morte, no?”

“Cara mia, si vede che non hai capito proprio nulla.”

“D’altra parte non l’ho architettata io questa messinscena da quattro soldi. Tu compari ovunque io vada, ti presenti in compagnia di quello che sarebbe il mio stesso cadavere se mi lasciassi prendere da te, e io naturalmente cerco di sfuggirti. Una trama mediocre e ripetitiva.”

“Non ti è passato per la testa che potrebbe essere la tua stessa volontà a intrappolarti in questa fuga senza fine?”

“Infatti mi sono stufata. Voglio seguirti.”

“E non puoi.”

“E perché mai?”

“Perché ti sbagli, non sono la morte. Forse peggio. Dipende dai punti di vista. Del resto, pensaci: forse che paura, dolore, angoscia appartengono alla morte? No, appartengono a me, alla vita. E finché non ti decidi a guardarmi negli occhi non puoi seguirmi, solo essere inseguita.”

Di nuovo l’assalì quella nausea, la coscienza asfissiante di star rivivendo una vecchia situazione sgradevole, che avrebbe voluto dimenticare, sempre la stessa, senza tregua. La testa schiacciata dall’eco delle parole, la luce irritante le feriva gli occhi.

Non poté più reggere la sua immagine allo specchio, ne ebbe rigetto.

Voleva solo uscire di lì, forzò la serratura, prese a pugni la porta con una ferocia bestiale, urlò, pianse, finché cadde a terra come un corpo morto.

“Ci sono passata già per questa strada. La conosco.”

Seduta sul ciglio della strada, Medea si guardava le scarpe logore e sporche di sangue misto a fango. Dovevano andarle strette, o forse aveva camminato troppo.

“Però non mi ricordo dov’è che va a finire.”

Un racconto di:
Serena Parisi
Grazie di cuore di aver partecipato all'iniziativa.

Se vi è piaciuto il racconto di Serena, lasciate un commento così che lei possa saperlo. Detto questo vi aspettiamo la prossima settimana con il racconto vincitore del concorso.

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