Al Giffoni Film Festival è stato presentato oggi, 26 luglio 2023, il film di Monica Dugo, Come le tartarughe. Si tratta di una storia che affronta nell’arco di poco più di 80 minuti una molteplicità di temi che vanno, dall’abbandono, al passaggio all’età adulta, alla ricostruzione di sé stessi.

Una pellicola che andrebbe riguardata non una, ma forse dieci e cento volte per poterne assaporare meglio le più piccole sfumature che si affacciano delicatamente fra una scena e l’altra.

Come le Tartarughe – Trama

"COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo - Poster

“COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo – Poster © Cloud 9 Film

Daniele, Lisa, Sveva e Paolo, sono una famiglia borghese apparentemente perfetta. Un giorno il marito svuota l’armadio e va via. L’armadio vuoto diventa per Lisa il luogo ideale dove rifugiarsi ed elaborare la separazione. Sveva, la figlia quindicenne, fa di tutto per tirarla fuori, non accettando il comportamento bizzarro della madre e l’assenza, inspiegabile per lei, del padre. Daniele non tornerà a casa, ma Lisa riuscirà, grazie all’amore dei suoi figli e a una forza ritrovata, a compiere il primo passo per il superamento del dolore.

Recensione

Il mondo chiuso in due, forse meno, metri quadri. La superficie interna di un armadio che diventa un mondo immenso e a sé stante. Un mondo che va al di là di quella realtà che improvvisamente sembra sgretolarsi come un muro fatto di certezze che si trasformano in incertezze e promesse non mantenute.

Quando Lisa (Monica Dugo) viene abbandonata dal marito trova rifugio all’interno di quell’armadio che proprio lui ha lasciato vuoto. Perché quando Daniele la lascia, la donna si rende conto che con lui cadono in pezzi tutte le convinzioni di quella vita che aveva sempre costruito. Dall’essere moglie e madre si ritrova a non riconoscere più la figura che vede in sé stessa, tutto quello che ha fatto fino a quel momento sembra non aver avuto nessun valore per quell’uomo che se ne va senza nemmeno avere il coraggio di dirglielo in faccia e dei figli che notano la sua presenza solo nel momento in cui scompare.

Le dimensioni di un armadio

L’armadio diventa così una cornice bidimensionale come un quadro nella quale i ragazzi vedranno muoversi la madre che smetterà di essere la figura che silenziosamente si è sempre occupata di loro.

"COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo - Immagini dal set

“COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo – Immagini dal set© Cloud 9 Film

Tridimensionale come un rifugio o il guscio della tartaruga che da il titolo alla pellicola. Un luogo in cui chiudersi per non lasciarsi toccare dal mondo esterno, dove trattenere la rabbia per non lasciarla esplodere finché questa non si cheta e si dissolve come la spuma delle onde che si infrangono sulla spiaggia.

Quadridimensionale nello sfondare la quarta parete come si farebbe durante una pièce teatrale. Solo che in questo caso l’interazione non è con il pubblico in sala, ma con il resto degli abitanti della casa che cercano di interagire con Lisa per riportarla alla realtà,  cui la donna si rivolge pur rimanendo all’interno della sua scena, ma non solo. Ma non solo. Ci sono istanti in cui essi stessi si trovano a salire sul palco e osservare il mondo dalla prospettiva della protagonista. E lì si rendono conto che c’è davvero un qualcosa di rassicurante e una pace che prima non riuscivano a concepire.

E ancora vi è una quinta dimensione. Quella fatta dal tempo, dai ricordi, dai sogni e dai desideri. E perfino di vuoti che devono essere colmati, ma anche lasciati tali. Di silenzi e di respiri, perché a volte non c’è davvero nulla da dire. Perché il dolore non sempre si può spiegare, ma semplicemente ha bisogno di trovare la propria risoluzione in sé stesso.

Il mondo degli adulti non è sempre come lo immaginiamo

Dall’altro lato delle ante dell’armadio ci sono invece i due figli di Lisa, Sveva (Romana Maggiora Vergano) e Paolo. La prima, soprattutto, si troverà a dover fronteggiare l’improvvisa assenza prima del padre e successivamente anche della madre, che, sebbene sia ancora in casa, non è più nelle condizioni di poter provvedere ai ragazzi.

"COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo - Immagini dal set

“COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo – Immagini dal set © Cloud 9 Film

Sveva, dunque, si vede quindi costretta a farsi carico non solo di  sé stessa, ma anche del fratello più piccolo. Vestirlo, accompagnarlo a scuola, farlo mangiare. E in più occuparsi di sua madre, come se i ruoli si fossero capovolti. I tentativi di  farla reagire sono spesso burrascosi, “aggressivi”. Di un’aggressività però che nascondono la voglia di stimolare una reazione e che sotto certi aspetti possono assimilarsi a una richiesta di essere ascoltati. Un grido rivolto però a chi non è in grado di sentire.

Il rapporto genitori/figli non è mai facile. È fatto di spazi, di condivisione e di confini. Di limiti che vengono da entrambe le parti costruiti e abbattuti perché crescere significa anche questo. Ed è necessario per trovare la propria strada nel mondo. Sveva ha la sua adolescenza da affrontare. Deve capire chi è, quale è la persona che vuole diventare, quale strada intraprendere per il proprio futuro.

Ed è qui che si scopre fragile e che in fondo anche se vuole diventare grande, non vuole farlo così presto.

A volte per andare avanti bisogna fare a pezzi

Il kintsugi è l’arte giapponese del riparare con l’oro. Quest’arte nasconde al suo interno una filosofia che racchiude in sé diversi concetti che possiamo ritrovare all’interno della pellicola.

"COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo - Immagini dal set

“COME LE TARTARUGHE” di Monica Dugo – Immagini dal set © Cloud 9 Film

Il rompere, che può essere associato alla rottura della relazione. Tutte le cose sono infatti destinate alla fine. E questo non è necessariamente un male. Distruggere ciò che non funziona, ciò che ci fa stare male, ciò che reprime la nostra stessa natura e ci costringe in posizioni non confortevoli, può essere l’inizio di una strada verso la liberazione personale.

A ciò si si ricollega il concetto del lasciar correre, perché alcune cose non possono più ritornare allo stato iniziale. Ma possono diventare qualcos’altro. E le ferite possono guarire, anche le più profonde. E le cicatrici che lasciano sono preziose e possono diventare motivo di orgoglio perché significano che dopotutto ce l’abbiamo fatta. Siamo di nuovo in piedi e possiamo di nuovo muovere i passi uno davanti all’altro senza più nasconderci.

E l’ultima è quella di imparare ad apprezzare le cose con nostalgia del passato, ma senza fossilizzarsi su di esse. Nell’armadio ci sono ricordi e fotografie. E il passato non è nulla di più che quello che ci rende chi siamo oggi, ci forma e modella e ci permette di riscoprirci.

Una pellicola originale

Della pellicola di Monica Dugo sicuramente è da apprezzare l’originalità. E con essa anche la capacità di far riflettere senza però schiacciare. Si tratta di un film complesso, senza dubbio. Come abbiamo detto all’inizio è certamente da riguardare più volte per poterne comprendere al meglio le sfumature. Come direbbe la stessa regista la pellicola fa sorridere, sì, ma con un buco in petto.

Il cast è abile nel lasciar fluire le emozioni di questi personaggi fino allo spettatore che empatizza con ognuno di essi e si rivede di volta in volta in Sveva o in Lisa.  Perché, in fondo, tutti noi abbiamo vissuto un momento in cui avevamo voglia di fare a pezzi il mondo o semplicemente di nasconderci fino a sparire. Tutti abbiamo avuto quei momenti in cui pensavamo di non farcela.

Come le tartarughe è un film che parla di donne che sono forti, sì, ma sono anche donne del quotidiano. Che sono fragili, ma trovano comunque la volontà di far valere le loro posizioni. C’è un forte senso della femminilità, in un modo che forse difficilmente viene raccontata. Perché non fa rumore eppure è perenne e costante.